Presto tornerò a sfarmi di vecchie pubblicità.
Il vecchio aiutà a produrre il nuovo.
E io ne ho bisogno.
Presto tornerò a sfarmi di vecchie pubblicità.
Il vecchio aiutà a produrre il nuovo.
E io ne ho bisogno.
Un nugolo di barbie clonate.
Una cosa che ho sempre apprezzato della barbie, volendo essere generosi, è che erano eleganti. Ken no, mio dio, ma Barbie sì.
Le barbie degli anni ‘70 poi avevano sempre quel trucco azzurrognolo incorporato (o perlomeno queste e quella che avevo vinto alla pesca di beneficenza) che faceva orrore, ma era tanto da copertina patinata.
Con le bratz verrà fuori una generazione di porno bimbe, con le vecchie barbie è venuta su una generazione di complessate.
- Non avrò mai le gambe come la mia barbie
- Non avrò mai la piega in titanio della mia barbie
- Non sarò mai fashion come la mia barbie
- Non avrò mai un Ken sempre disponibile come la mia barbie
Meno male che poi è arrivata Candy Candy che ha portato una ventata di freschezza. Solo che con l’andar delle puntate iniziavano a sorgere anche lì dei seri dubbi dovuti all’immedesimazione.
- Non avrò mai tutti i fighi che ha avuto Candy
- Se mai gli avrò dovrò stare attenta a non farli andare a cavallo, teatro, in guerra come volontari, fargli suonare la cornamusa, fargli diventare figli dei fiori, portargli dagli zii (…).
Insomma, alla fine i giocattoli servono a farci divertire oppure a farci venire i complessi di inferiorità?
Tipo, prendiamo ad esempio Tu e barbie coiffure, ore liete insieme.
Mi ricordo bene la consistenza dei capelli delle bambole. Una volta provai un esperimento su una delle mie pseudo barbie, zie di Tanya, e decisi di lavarle i capelli per poi acconciarli (volevo diventare una parrucchiera all’epoca).
Dopo lo shampoo e il balsamo (sia mai) decisi di passare al phon. Ecco, la morale è che divenne una comparsa di Scream, una cosa orribile, i capelli tutti stecchiti in verticale.
Quindi rinunciai a fare la parrucchiera e di ore liete ne passai ben poche (il convento che passava le bambole non era d’accordo nella sostituzione della povera derelitta con una sorella che non sembrasse un’alcolista impasticcata).
Certo, sempre meglio questa di quei mezzi busti pronti per l’acconciatura e il trucco. Quando vidi in vendita uno di questi “cosi” chiesi al mio personal shopper se per caso si fossero evoluti e si potesse direttamente sperimentare la chirurgia plastica invece del semplice trucco e capelli.
Ah, l’evolution.
(e ancora grazie a Michele)
Eccoli i bastardi.
Io li avevo identici, solo in arancione. E non riuscivo a fare un metro senza finire sull’asfalto. In quegli anni ho sperimentato qualsiasi tipo di caduta, purchè fosse tragicomica.
Tutti i miei amici sfrecciavano in acrobazie degne di Footloose, mentre io tentavo miseramente di – almeno – evitare di spaccarmi le ginocchia.
Però come si fa? Non avere il pattino d’ordinanza all’epoca era sinonimo di scandalo. Tutti andavano sui pattini, i bambini, le commesse, i ballerini… tutti, fuorchè io.
Io cadevo e basta.
Ok, ok. Non ho equilibrio.
Sarà stato per quello.
(però con i rollerblade andavo proprio bene).
“Noi puffi siam così, noi siamo puffi blu, puffiamo suppergiù due mele e poco più”
“Scopri il profumo di questo numero”, che suspance.
Cosa mi toccherà questa settimana? Il muschio d’inverno gargamelliano oppure il mughetto sfiorito in cattività?
Mi ricordo che quando ero piccola c’erano due must in fatto di penne. Il primo era il pennone multicolore, la BiriBiro, il secondo era la penna al Mais (su qualche vecchia rivista sono sicura di avere l’ad).
Io amavo la penna al mais, in modo spassionato. Ne ho avuta solo una e la divorai nel giro di una settimana. Quando mia mamma si accorse che agognavo le penne al mais solo per mangiarle, lascio perdere i suoi buoni proposito naturalistici e non me ne comprò più. Il vantaggio della penna al mais era la sua biodegradabilità, insomma, si scioglieva, al contrario delle bic che dovevano essere frantumate.
Ero una bambina vorace.
Tornando ai Puffi proprio oggi mi interrogavo con il mio personal shopper su quale fosse il nostro puffo preferito. Lui ha votato per Nonno Puffo (per l’alternativo costume rosso), io il puffo Brontolone.
Puffo Jolly: Vanitoso.
Dopotutto lui sì che stava bene con tutto.
Ancora grazie a Michele per il contributo!
Oh, io ho sempre avuto un debole per le Zigulì. Forse perchè visto che le vendono solo in farmacia la mia coscienza salutista è sempre rimasta a tacere, anche se sono solo palline di zucchero (o di carie, se vogliamo saltare un passaggio).
Ma sì, è vero. In fondo le Zigulì fanno bene. E sono anche buone.
E allora dopo 20 anni il messaggio è sempre lo stesso: seppur vendute in farmacia le zigulì sono dannatamente buone e ti fanno tornare a quando avevi 6 anni. E chi se ne frega se il buonismo scorre a fiumi e se queste due ads facciano venire più carie di 10 scatole di zigulì. Sono perdonabili perchè forse sono quasi sincere.
Ma non sono più adatte ai bambini di oggi, che non sono più semplici come lo eravamo noi. Che agognavamo quelle alla fragola, festeggiavamo quando la mamma ci portava la scatolina compilation (tutti i gusti +1!) e ci accontentavamo persino dell’arancia con la vitamina C.
Ora invece c’è bisogno di un website con Wung che mangia quelle al mandarino e ha come frase karmika “il potere è controllo”, nemmeno fossero fatte di Shell V power.
O di Gritza, con annesso catenaccio d’oro al collo e dondolamenti degni di Jay Z.
Non dovevo andare su sito delle zigulì. Ma l’ho fatto.
Per queste due perle ringrazio Michele, che è stato il primo a accogliere l’appello di Ihateoldads. Aspetto i vostri contributi
. Nel frattempo, sempre grazie a Michele, anche i palati più raffinati e nostalgici saranno soddisfatti nei prossimi giorni.
Correva l’anno 1978.
Nel ‘70 era stato liberalizzato il divorzio e proprio mentre playtex ci deliziava con questa pubblicità, la legge dava il via libera all’aborto.
Nessuna etica ne discussione, era solo per introdurre un concetto fondamentale: la donna, nel 1978, aveva conquistato cose che negli anni ‘60 erano ritenute lontane anni luce. Le donne degli anni ‘70 erano suffragette moderne, insomma, il perbenismo stava iniziando a scomparire, anche se erano ancora in auge le gonne di flanella color cammello (mia mamma ne aveva un’intera collezione).
Questa pubblicità ha scatenato i miei istinti più perversi. Al diavolo, la Sonia non ha certo problemi di linea! Il suo problema fondamentale è la forma assolutamente innaturale che acquista il suo seno con il fantastico criss-cross! Gli amanti dello strano probabilmente apprezzeranno ma io, prima di uscire con due punteruoli degni di Aphrodai A, avrei di gran lunga preferito la clausura. La chiusura con i mutandoni da Bridget Jones poi risolleva la giornata.
Però mi ha colpito, lo ammetto.
Perchè ha tutto il fascino morboso dei fotoromanzi, dei tanto agognati Grand Hotel che le nonne comprano e tengono ben nascosti sotto il divano, tra un vangelo e il nuovo numero del giornaletto parrocchiale.
(…ma esiste ancora Grand Hotel?)
C’è una legge che vale per quelli che non hanno la fortuna di avere un’infanzia viziata. Più desiderai una cosa, più quella ti comparirà in ogni forma e in ogni luogo.
E’ assai improbabile che io a 8 potessi concepire quattro pagine consecutive di tutto quello che avrei ardentemente voluto e sapevo bene di non poter nemmeno desiderare. Sì, la pubblicità buona parte delle volte serve solamente a sviluppare un’inadeguatezza nei confronti del mondo che ti circonda.
La mia migliore amica dell’epoca (dio, esisteva ancora il concetto di migliori amiche!) aveva l’action set e io perdevo la testa ogni volta che lo vedevo. Solo che non era molto educato chiedere di poterci giocare e allora lo guardavo adorante, mentre lei si premurava a tirare fuori il camper d’oro di barbie (no, non avevo nemmeno quello ma ne ero quasi felice).
Duck Hunt e la pistola zapper, probabilmente l’unica cosa che spieghi perchè io adori Call of duty (e vorrei la Wii anche se so che non dovrei e non posso, perchè non ho voglia di farmi il braccio da culturista).
Ma anche se mi fanno sentire vecchia, un pò come andare alle feste anni ‘90, continuo a adorare l’otto bit.
E forse lo adoro proprio perchè non l’ho mai avuto.
(a dire il vero alla fine riuscii a mettere le mani sul supernintendo ma i giochi costavano troppo e continuai a giocare solo a uno, finendolo un migliaio di volte).
(successivamente mi sono accorta che queste ads portano la firma di Armando Testa. Chi lo avrebbe mai immaginato e sopratutto… sarà vero?)
Siamo sinceri. I nostri canoni di bellezza sono cambiati. L’acqua e sapone di Non è la rai non fa più tendenza oramai. Quindi largo alle pubblicità stracolme di femme fatale corrette in photoshop. Negli anni ‘90, i mitici ‘90, pure quelle un tantinello strabiche diventavano fotomodelle per prodotti di bellezza. E l’accostamento rosa/azzurrino, che dire?, fa a pugni con tutto il resto.
Ma c’è un qualcosa che mi commuove in questa pubblicità e che mi ha fatto mettere mano allo scanner.
La sfocatura sul viso della ragazza.
Il metodo più semplice e banale per cancellare le imperfezioni. Non a caso veniamo sempre tutti bene nelle foto sfocate. E possiamo pure dire… “eh, se non fosse stata sfocata!”.
All’epoca il postalmarket era una delle cose più in per l’acquisto dei vestiti. Un pò come ora è yoox.
Negli anni ‘90, quando ero nel pieno della mia diseredata infanzia, giocavo sempre col postalmarket. E il fashion style che ha questa pubblicità è innegabile.
Lui sembra quasi il barista di Sex and the city a guardarlo bene.
Aprendo un vecchio giornale, di quelli polverosi, scoprii un mondo parallelo. Quello delle vecchie pubblicità, di quelle che non sono passate alla storia e che sono dimenticate nel giro di un giorno. Meravigliose, trash, allucinanti, a volte persino belle. Ma solo a volte.
Mi piace pensare che tutto possa rivivere, anche se ormai è fuori dal tempo. E allora è nato questo blog, con la speranza di riuscire nell’intento. Chissà, magari tra dieci anni mi pentirò di non aver tenuto quella che oggi finisce cordialmente nel cestino della carta.
In realtà le adoro le vecchie pubblicità. Ma è meglio non spargere troppo la voce.